‘Verde Cortina. Da Lubecca a Trieste sui confini della guerra fredda’, di Matteo Tacconi e Ignacio Maria Coccia

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Il 5 marzo del 1946, al Westminster College di Fulton, Missouri, Winston Churchill parlò di una ‘cortina di ferro’ scesa sul Vecchio continente da ‘Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico’. La ‘cortina di ferro’, al pari del muro di Berlino, diventò il simbolo più emblematico della guerra fredda in Europa, paravento grigio e asfissiante che divise per quarant’anni l’Est dall’Ovest. Questa ferita fisica aveva inizio in realtà un po’ più a ovest di Stettino, nei pressi di Lubecca, e si interrompeva circa 1300 km più a sud, in prossimità di Trieste.

25 anni dopo la caduta del muro di Berlino e la fine delle divisioni ideologiche, Matteo Tacconi, giornalista di Rassegna Est ed Europa Quotidiano, e Ignacio Maria Coccia, fotografo, hanno deciso di ripercorrerne l’intero tracciato. I due hanno viaggiato non solo lungo l’ex confine intertedesco, ma anche lungo quelli tra Repubblica Ceca e Austria, Austria e Slovacchia, poi Ungheria, Slovenia, fino all’Italia. Nato come blog, grazie ad una campagna di crowdfunding ‘Verde cortina’ è diventato un libro e a breve – precisamente dal prossimo 13 novembre – si trasformerà addirittura in una mostra che il Goethe Institut di Roma ospiterà sino al 24 gennaio del 2015.

Matteo Tacconi descrive con stile semplice e diretto le città, le campagne, i corsi d’acqua dove un tempo oriente e occidente si sono fronteggiati. Oggi i posti di blocco e il filo spinato non esistono più. Oggi la ferita è una cicatrice verdeggiante: la storia e le sofferenze umane hanno lasciato il posto a una natura incontaminata, spesso solitaria e selvaggia. Da qui il titolo del reportage, ‘Verde cortina’. La cortina è dappertutto quasi scomparsa, inghiottita dalla normalità di villini a schiera, da ‘oasi ecologiche’ e riserve boscose in alcuni casi ‘transfrontaliere’, da piste ciclabili, fabbriche e officine. La vita ha ripreso il sopravvento, i luoghi di conflitto sono diventati luoghi d’incontro: come il ponte Glienicke, sull’Havel, che collega Berlino a Potsdam: un tempo zona di scambio di ostaggi tra Est e Ovest, oggi il ponte è una grande arteria di scorrimento e ogni domenica le rive del fiume pullulano di famiglie. Lo stesso dicasi per Berlino, la città più straordinaria del secolo scorso: oggi ‘Berlino è normale, Berlino è discreta’.

Eppure, alcune tracce della cortina esistono ancora. Come un corso d’acqua sotterraneo che emerge di tanto in tanto inaspettatamente, la cortina ha lasciato dei segni: ad esempio l’Observation Point Alpha, in passato stazione militare americana, oggi è un luogo della Memoria, visitato da scolaresche. Il lettore scoprirà che la cortina lascia anche strascichi di diverso tipo. È il caso della “anomalia storica” della piccola Mödlareuth: qui fu eretto un muro simile a quello di Berlino nel 1966, diventato un ricordo quasi affettuoso da cui gli abitanti non vogliono veramente separarsi; e, se il muro sopravvive a tratti (basti guardare le suggestive fotografie di Coccia, col muro di cemento che attraversa spiazzi erbosi), tutt’ora Mödlareuth, parte in Baviera e parte in Turingia, è una cittadina divisa: ha due amministrazioni, ‘due scuole, due prefissi telefonici, due borgomastri, due targhe per auto’.

L’Europa sudorientale, invece, offre occasione di riflettere sul processo di integrazione europea, laddove piccole o grandi realtà si studiano a vicenda, impiantando nuove forme di collaborazione economica, come Vienna e Bratislava. La strada verso l’integrazione, però, è ancora lunga, ‘il divario è troppo ampio, sia nel colpo d’occhio che in termini di risorse economiche. […] L’effetto amalgamante dell’Europa stenta a farsi strada’, scrive Tacconi visitando Gmund e Ceske Velenice, l’una in Austria, l’altra nella Repubblica Ceca. Lo stesso può dirsi di Gorizia e Nova Gorica, oggi unite, ma entrambe ‘orfane della frontiera’, poiché ‘il cambio, le dogane e in particolare i trasporti: il confine dava lavoro a molta gente’. La cortina, come si vede, è mutevole; il suo passaggio ha lasciato segni visibili e invisibili che vanno cercati e interpretati, come hanno fatto gli autori di ‘Verde cortina’ battendola palmo a palmo. La cortina non esiste più, eppure il suo eco ci parla della storia europea, della nostra storia.

Recensione di Irene Fornari, redattrice dell’Osservatorio sulle relazioni tra Italia e Germania (OGI)

 

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