La Rivoluzione degli ombrelli: una mobilitazione diversa

0

Nel 1997 Hong Kong è tornata sotto il controllo della Cina dopo circa 150 anni di dominio britannico. Macao ha seguito la stessa sorte nel 1999, quando la sua sovranità è passata dal Portogallo alla Cina. Oggi queste due regioni amministrative speciali cinesi godono di un’ampia autonomia sia sotto il profilo politico che sotto quello della gestione economica, ma vi sono limiti vincolanti per quanto riguarda la gestione della politica estera e della difesa militare.

   Tuttavia, seppur Hong Kong goda di particolare indipendenza nelle decisioni di politica interna, le ingerenze di Pechino sono state sempre molto pressanti, sino a scatenare, il 27 settembre scorso, la cosiddetta “Rivolta degli ombrelli”. Chiamata così in virtù dei migliaia di ombrelli usati dai manifestanti per ripararsi dagli spray della polizia, una folla organizzata di studenti e semplici cittadini si è riversata nelle strade della città cinese per ottenere lo svolgimento di libere elezioni.

Infatti, seppur Hong Kong abbia recentemente ottenuto il suffragio universale per le elezioni dell’esecutivo previste nel 2017, il governo cinese continua a decidere i candidati che potranno essere votati tramite un comitato elettorale di 1200 persone vicine a Pechino, nominate dal Presidente del Partito Comunista Cinese.

La scintilla che ha scatenato la mobilitazione è stata la recente decisione definitiva del governo di Pechino di negare la liberalizzazione delle candidature alla carica di “Chief Executive” (il capo dell’esecutivo). Colui che guida gli studenti in strada, come racconta il giornale tedesco “Der Spiegel”, è Joshua Wong, giovane 17enne già protagonista in passato di azioni simili a quella in cui è capofila in queste settimane. Memorabile, per i giovani di Hong Kong, il suo impegno nella lotta alla riforma scolastica che qualche anno fa Pechino avrebbe voluto imporre, con l’introduzione della ‘educazione patriottica’ nelle scuole elementari e medie di Hong Kong.

Il movimento del quale Joshua è leader si chiama “Occupy Central” e ha ormai raccolto consensi in tutta la città e, grazie ai social network, nel mondo. Recentemente, al fine di trovare una soluzione rapida a tale situazione di stallo, il governo di Pechino ha accettato di sedersi ad un tavolo, cercando di limitare i disastrosi risvolti che stanno raggiungendo pericolosi livelli di intolleranza, sia da parte della comunità internazionale, sia da parte del governo centrale, che della stessa cittadinanza di Hong Kong. Poiché se è vero che la maggioranza degli abitanti della città si trova d’accordo con gli ideali della protesta, è altresì evidente che esista una minoranza a sostegno di Pechino, la quale ultimamente si sta dimostrando più presente.

E proprio questa duplice ideologia rappresentata dalle due “fazioni” esprime in maniera esatta quella che è attualmente la dicotomia esistente all’interno del Partito Comunista Cinese tra nostalgici maoisti e neoliberisti di stampo anglosassone. Un braccio di ferro interno che, avendo come valvola di sfogo le numerose agitazioni di piazza che si sono registrate negli ultimi anni, non fa altro che accrescere le perplessità dei governi di tutto il mondo.

Ma la Cina è consapevole delle proprie contraddizioni interne, ed è proprio puntando il dito contro il nemico esterno che riesce, da sempre, a risolvere le controversie interne. La sensazione è che però, questa volta, il vento sia cambiato. Una mobilitazione con questi numeri, in Cina e soprattutto ad Hong Kong, non è affatto nuova. Così come non è una particolarità il fatto che siano degli studenti a guidarla. L’eccezionalità di tale protesta è allora da ricercare nella storia di chi la sta vivendo, nelle motivazioni della gente che è in strada. Gli studenti non si riconoscono nel sistema politico che è loro imposto: non hanno vissuto il periodo coloniale inglese. Le loro famiglie, ormai, non sono più cinesi, sono da generazioni ad Hong Kong. Loro sono a tutti gli effetti degli Hongkongers.

Scrive una studentessa su Facebook: “Give us what we deserve. We don’t know who the hell are you or why the hell would you have such a power to give or deprive. We don’t know you and we don’t know where you came from. But we can’t accept this as our fate. This ain’t no fun, this ain’t easy at all. But it’s the only way, because there ain’t no future without democracy”.

La richiesta che portano all’attenzione del governo di Pechino è pertanto quella di lasciare spazio alla loro autonomia, affinché il loro diritto al voto non sia il frutto di un accordo siglato venticinque anni fa da Cina e Gran Bretagna, ma sia espressione di democrazia e civiltà. Così come è espressione di civiltà lasciare cartelli con la scritta “scusate il disturbo” attaccati alle vetrine dei negozi per il disagio arrecato ai commercianti.

Fortunatamente, questa volta, Piazza Tienanmen sembra lontana.

Un contributo di Ettore Matteo Moruzzi, Osservatorio sulle Relazioni tra Italia e Germania (OGI)

Share.

Leave A Reply