Europa: una comunicazione interrotta . Come ricostruire il legame tra cittadini e istituzioni

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OGI – Osservatorio sulle Relazioni tra Germania e Italia ha intervistato Thierry Vissol, economista e storico, consigliere speciale dei media e della comunicazione presso la Rappresentanza in Italia della Commissione europea a Roma.

Dottor Vissol, come domanda introduttiva e generale: secondo lei è ancora possibile la costruzione di una politica comunicativa comunitaria? E poi, dato che dobbiamo coinvolgere nel discorso le istituzioni europee, lei pensa che i mezzi utilizzati, in primis dalla Commissione e dal Parlamento Europeo, siano sufficienti a creare una comunicazione dialogica con i cittadini?

Anzitutto, l’Europa è estremamente limitata dal suo quadro giuridico e istituzionale, e questo si deve ben capire. La Commissione non ha nessun potere di decisione; essa è la guardiana dei trattati, ha un ruolo di proposta, ma quelli che decidono sono i componenti del Consiglio Europeo, ovvero i capi di stato dei singoli paesi e, in modo sussidiario, il Parlamento Europeo.

Il problema è che il Parlamento non ha nessun diritto sulle entrate del bilancio; ha eventualmente un piccolo diritto sulle spese, senza avere comunque il potere di modificare l’ammontare delle spese. Quindi, per esempio, nella negoziazione delle prospettive 2014-2020 la Commissione aveva proposto 1200 miliardi di euro come bilancio, ma il Consiglio ha deciso che non voleva ciò ed ha abbassato a 960 miliardi di euro. Il Parlamento ha avuto solo il diritto di modificare la maniera in cui le spese erano distribuite nel complesso, ma nient’altro.

L’assenza di un vero e proprio bilancio europeo, in un certo senso si lega all’assenza di un legame tra il cittadino e le istituzioni europee: ovvero, il fatto che gli europei non debbano pagare tasse direttamente all’Unione – mentre da essa ricevono servizi di varia natura, spesso a loro insaputa – fa sì che l’unico legame che venga avvertito sia quello con lo stato di provenienza.

Insomma, anche solo delineando gli aspetti amministrativi, economici, vediamo che la comunicazione europea ha un problema, perché non c’è un legame diretto tra cittadini ed Europa. Inoltre, la sola istituzione che è eletta direttamente dai cittadini è il Parlamento europeo, ma lo è tramite delle liste nazionali, nelle quali si vota per dei partiti nazionali, non per i partiti del Parlamento europeo.

Quindi, lasciando per un attimo da parte i problemi istituzionali che minano la costruzione di una vera politica comunicativa, quali mezzi e strategie dovrà utilizzare l’Unione Europea per favorire la propria comunicazione?

Primo fra tutti, sempre connesso all’ambito istituzionale, sarebbe avere un bilancio comunitario degno di questo nome, con delle relazioni dirette fra le istituzioni e i cittadini. Se fai pagare una tassa ai cittadini sull’Europa, allora loro cominceranno ad interessarsi.

Seconda cosa: siccome l’informazione è delegata agli stati membri, alle loro entità politiche, il solo modo per fare informazione è che effettivamente siano gli stessi politici e i media nazionali a parlare dell’Europa. I media devono cominciare ad interessarsi.

Può darsi che la soluzione sia creare un’unione democratica che superi le singole diatribe economiche tra paesi, che riesca ad armonizzare il processo politico?

Bisognerebbe rivedere il Trattato. E poi, una democrazia dove non c’è un bilancio complessivo unico non funziona. Guardi gli Stati Uniti d’America: si tratta di uno stato federale che, a prescindere dalle singolarità di ciascuno stato, ha dei mezzi per agire in funzione della propria democrazia. L’Europa, questi mezzi, non li ha.

Diamoci un tempo massimo: nell’arco di dieci anni cosa si potrebbe fare per tentare di avviare quantomeno un percorso in direzione di una nuova Europa unita, per non dire di realizzare il progetto che risale al Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli?

Anzitutto, prima di Spinelli, si potrebbe tornare alle idee di Coudenhove-Kalergi, un filosofo austriaco tra i primi sostenitori dell’unità d’Europa.

Quindi si dovrebbe ritornare alle idee originarie dell’Europa.

Per il momento siamo in una situazione che, politicamente, definirei come una delle peggiori dalla fine della seconda guerra mondiale. Situazione nella quale non ci sono più politici che abbiano una visione a lungo termine e una visione generosa, ma ci troviamo ad avere politici dai piccoli piedi che hanno un orizzonte che si limita alle prossime elezioni.

Siamo arrivati ad un punto in cui non si sa se nel 2017 ci sarà più un’Unione Europea. E se ci separiamo, non saremo più in grado di giocare la nostra partita sul piano internazionale. Oltretutto, un’economia globalizzata dev’essere governata a livello globale, e chi sono i grandi paesi? Sono America, Cina, la Russia – ma in modo più marginale – e tra qualche decennio l’India. L’Europa dove sarà? Si sta negando ogni sorta di credibilità per il futuro.

Il punto conclusivo dunque è che, al momento, la possibilità di una comune politica comunicativa in Europa è totalmente bloccata, almeno finché non si riuscirà a raggiungere un cambiamento istituzionale.

In realtà servirà un doppio cambiamento: un cambiamento di mentalità politica da parte soprattutto dei cittadini, e ovviamente per poter progredire c’è bisogno di un cambiamento del Trattato.

Tornando però alla politica di comunicazione, essa ha avuto un periodo di rifioritura, quello che va dal 2004 al 2009, durante il quale avevamo una persona di altissima personalità come commissario responsabile, ovvero la signora svedese Margot Wallström. Per lei la comunicazione europea doveva essere una comunicazione di tipo democratico: la Commissione avrebbe dovuto spingere al dibattito politico, assicurando la formazione di scambi informati sulle tematiche europee.

Questa politica è stata ammazzata dopo una serie di e poi è stata completamente eliminata dalla commissione Juncker. All’epoca della Wallström l’idea era di creare uno spazio pubblico europeo.

Tuttavia, occorre sottolineare che c’è una separazione netta degli spazi di informazione nazionali, al punto che il formato di informazione televisiva è diverso da un paese all’altro; il modo di fare informazione cambia da paese a paese. Ciò rende difficile la cooperazione a livello europeo. Si potrebbe superare questa difficoltà, ma ci sarebbe bisogno di una volontà politica non indifferente anche da parte dei media, che purtroppo continuano a non interessarsi alla questione.

Per questo, al seguito delle mie esperienze, l’idea è stata quella di creare un network all’interno delle nazioni, degli spazi europei, ovvero avere dei media che abbiano modo di occuparsi di tematiche europee. Ma anche qua sorgono delle problematiche, perché, ad esempio, nella maggioranza delle testate la tendenza è quella di riportare le notizie sull’Europa nella sezione internazionale, o mondiale, come se si trattasse di fatti esterni.

-Di Niccolò Monti

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