Dialogo italo-tedesco sull’occupazione giovanile

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Il 29 settembre 2014 si è tenuto alla Camera di Commercio di Roma, nella prestigiosa sala del Tempio di Adriano, il dialogo italo-tedesco sull’occupazione giovanile, concentrandosi sulle politiche attive del lavoro, sulla formazione duale e la transizione dalla scuola all’impiego.

La conferenza si è svolta in due sessioni. Particolarmente interessante quella mattutina, la quale ha visto la partecipazione dei due ministri del lavoro italiano e tedesco, rispettivamente Giuliano Poletti e Andrea Nahles. Sotto forma di tavola rotonda, si è discusso del “quadro normativo e la sua attuazione”  in merito alle politiche sull’occupazione giovanile di Italia e Germania, e alla transizione dallo studio, sia scolastico che universitario, al mercato del lavoro.

Il Ministro Poletti ha evidenziato come le attuali problematiche sull’occupazione giovanile nazionale siano causate anche da una profonda relazione tra la crisi economica e l’istruzione/formazione sul/del lavoro, a causa dei loro costi alti, ed ha sottolineato come i contratti d’apprendistato non migliorino la situazione, consigliando invece la possibile creazione di contratti a valenza formativa. Secondo il ministro, inoltre, è necessario tornare ai contratti a tempo indeterminato, concedendo maggiori incentivi alle imprese che percorreranno questa strada.

Poletti ha sottolineato l’importanza delle imprese nel nostro paese riguardo l’occupazione giovanile. Queste ultime, infatti, “forniscono una formazione per i giovani di oggi”. Quindi, nell’ottica di una maggiore integrazione scuola-lavoro, è necessario “iniziare ad avere una idea positiva di impresa, come infrastruttura sociale indispensabile che produce occupazione, innovazione e sviluppo”. Inoltre, ha aggiunto il ministro, l’esigenza di non fondare piu il lavoro su politiche monetarie e sulle sue transazioni, ma su politiche attive, dove i giovani siano coinvolti dentro un ambito di orientamento. D’accordo il Ministro Nahles, sottolineando come il binomio teoria-pratica sia essenziale per la formazione. Inoltre, il ministro tedesco ha dichiarato come sia di estrema importanza la collaborazione tra le istituzioni, non solo governative, ma anche sociali. Infatti, anche i sindacati hanno un ruolo specifico nella occupazione giovanile, specialmente in Germania, dove fungono da consulenti ai giovani studenti, per una piena comprensione delle informazioni sul lavoro.
Nel confronto tra i due modelli è emerso un quadro interessante, a tratti impietoso. In Germania ci sono 5mila addetti dell’agenzia federale per l’impiego che vanno nelle scuole a fare orientamento certificato ai ragazzi almeno due anni prima che finisca il percorso di studi, in modo da indirizzarli verso l’impiego a loro più adatto. In Italia l’orientamento a scuola è stato introdotto solo di recente dal decreto Carrozza (ma finanziato con appena 6,6 milioni). Berlino investe circa due miliardi per misure di preparazione alle professioni, puntando a lunghi tirocini che culminano in contratti di apprendistato. In Italia lavorano circa 9mila addetti nel sistema di collocamento pubblico, risultando palesemente inefficiente. Al contrario, in Germania sono 120mila, dando vita anche ad un programma ad hoc per i giovani tra i 25 e i 35 anni per conseguire una qualifica o un diploma. Differenze sostanziali anche nei percorsi formativi delle università dei due paesi: in Germania, la formula dei 5 anni comprende l’ultimo –di fatto- di ingresso nel mondo del lavoro, tramite stage/tirocinio completo, che nel 75% dei casi culmina in un contratto da apprendista.

Per quanto riguarda la scuola tedesca, ha sottolineato Nahles, essa è orientata verso il lavoro, quindi non ha solo l’obiettivo di fornire un quadro generale delle conoscenze umane e storiche, ma anche di insegnare l’uso degli strumenti necessari per il futuro lavorativo dello studente, attraverso l’esistenza di canali informativi ed istituzionali che lo dirigono verso una meta precisa, meta che completerà attraverso l’università. Tuttavia, nonostante questa già sua evidente connotazione, il ministro del lavoro tedesco vorrebbe percorsi formativi ancora più pratici (a detta sua attualmente troppo teorici) ed una maggiore formazione duale anche per le regioni dell’Est. In Italia, invece si è ancora legati ad ordinamenti troppi teorici, pertanto Ivan Lo Bello, numero due di Confindustria, ha auspicato l’introduzione di lauree triennali maggiormente professionalizzanti. L’obiettivo della Germania, in campo dell’occupazione giovanile, è quello di avvicinare scuola e mondo imprenditoriale. Ciò è possibile grazie al contributo dell’imprenditoria tedesca che ha investito ben 24 miliardi di euro per mettere in contatto 500mila giovani con le aziende, contribuendo così a creare una grande occupazione sul mercato del lavoro, e al contempo a diventare, come ha fatto notare Giorgio Pogliotti de “Il Sole 24 Ore”, da “malata d’Europa”, a “modello per l’Europa” in pochi anni. A riguardo Reinhard Göhner, direttore generale BDA, ha spiegato il concetto delle imprese come “tutor” dei giovani per avvicinarli al mondo del lavoro, evidenziando come la forza del lavoro sia qualificata soltanto quando si dà una formazione adeguata.

In Italia, purtroppo, tale rapporto è molto grezzo, causato da un modello educativo molto diverso da quello tedesco, dal momento che, secondo Poletti, si ha ancora una visione troppo distinta tra teoria e pratica, ritenendo soprattutto che nelle università la pratica è vista ancora come un ostacolo allo studio ed all’apprendimento teorico. Non a caso secondo Poletti si possa istruire anche fuori dalla scuola, definendo le imprese “infrastrutture sociali” che danno lavoro, le quali non devono impiegare lavoratori “solo perché vengono dalle scuole, ma perché sono competenti”. Il ministro ritiene quindi necessario che i singoli mondi (formazione, scuola, lavoro), debbano essere tutti collegati da un unico ponte. Altro problema, poi, è la mancanza di dialogo tra le regioni, mettendo in discussione la non esistenza di una certificazione delle competenze riconosciuta a livello nazionale.

Al termine del dibattito si è parlato anche delle riforme nel mercato del lavoro tedesco, quali l’introduzione dei mini job (con lo scopo dichiarato del ministro Nahles di combattere il lavoro nero) e dell’aumento della retribuzione minima salariale, portandolo a 8,5 euro all’ora. Il ministro Poletti ha evidenziato come nella legge delega della riforma del mercato del lavoro sia stata inserita la possibilità di introdurre il minimo salariale per quelle categorie per le quali non è previsto un contratto nazionale. Tuttavia ritiene ancora complessa una sua attuazione, in quanto in Italia, a differenza della Germania, non vi è una tradizione di questo tipo e sarebbe un’introduzione del tutto nuova senza precedenti. Motivo per cui, sempre a detta del ministro, un’ulteriore difficoltà sarebbe individuare una soglia salariale minima.

Oltre ai due ministri, sono intervenuti personaggi del lavoro, dell’istruzione e delle politiche sociali italiani e tedeschi, quali Ivan Lo Bello, vice presidente di Confindustria, Paolo Reboani, presidente Lavoro Italia, Reinhard Göhner, direttore generale BDA (Unione federale tedesca delle associazioni dei datori di lavoro), Guglielmo Loy, in rappresentanza di CGIL-CISL–UIL, Elke Hannack, vice presidente DGB (Confederazione tedesca delle associazioni dei lavoratori) e Raimund Becker, componente comitato esecutivo BA (Agenzia federale tedesca per l’impiego).

Un contributo di Giulia Antenucci e Alfonso Thomas Vecchio, Osservatorio sulle Relazioni tra Italia e  Germania (OGI).

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