Così mi auguro che sia l’Università: Il nuovo Rettore della LUMSA in colloquio con OGI

0

L’Osservatorio sulle relazioni tra Germania e Italia (OGI) ha avuto il piacere di intervistare il nuovo Rettore della Lumsa, il Professor Francesco Bonini, in carica da ottobre 2014.

Nell’intervista sono state affrontate varie tematiche, dal futuro del nostro Ateneo alle delicate questioni della formazione universitaria e della disoccupazione giovanile.

Quali sono le sfide e i progetti in cantiere per la LUMSA ma soprattutto quali prospettive ci sono per gli studenti?

In un panorama universitario caratterizzato da grande incertezza normativa bisogna saper prendere delle decisioni sagge, che portino le strutture universitarie sulla via di una crescita costante. Decisioni adeguate alla concreta domanda delle famiglie e all’ispirazione cristiana del nostro Ateneo.

La sfida che ci attende è continuare ad essere una università solida e funzionale, con un’offerta didattica e una qualità di servizi all’altezza delle aspettative. Un’università agile, capace di intercettare il cambiamento continuo, che sappia curare le eccellenze e valorizzarle.

Per migliorare la nostra offerta formativa e coltivare l’alta formazione degli studenti stiamo curando le attività di ricerca, come il dottorato sulle questioni psicologiche-pedagogiche in convenzione con l’ospedale Bambino Gesù e il dottorato in economia civile che coniuga gli studi giuridici, politici ed economici riprendendo l’idea di buon governo.

Stiamo anche cercando di migliorare la nostra offerta di lauree magistrali puntando su innovazione e differenziazione didattica rispetto alle lauree triennali.

Che tipo di studente modello può nascere dalla LUMSA?

Lo studente modello che esce dalla LUMSA dovrebbe rispondere a determinate caratteristiche che rispecchiano i principi a cui la nostra Università si ispira: solidità nella formazione, agilità nell’intercettare le offerte e consapevolezza della propria identità.

Data la situazione di crisi in cui l’Italia si trova e alla luce dell’aumento del tasso di disoccupazione giovanile degli ultimi anni, in che modo l’Università in generale e la LUMSA in particolare possono preparare un giovane ad affrontare il mondo del lavoro?

Sicuramente è importante incrementare forme nuove e tradizionali come gli stage e il progetto FIxO; grazie anche alla stretta collaborazione tra università e regione, intesa come partner per il diritto allo studio e per il placement.

Sono due le importanti istituzioni da potenziare nella LUMSA: l’Associazione Tincani, braccio operativo per finanziare tali progetti, e l’Associazione Alumni LUMSA che può favorire la costruzione di una rete di solidarietà, di reciproco aiuto e di attenzione tra le diverse generazioni di studenti, verso il mondo del lavoro.

Stiamo anche potenziando il nostro ufficio internazionale partecipando a bandi competitivi che possano promuovere opportunità di lavoro per gli studenti o progetti di ricerca come Horizon 2020.

Si ritiene che le Università straniere garantiscano una maggiore formazione e prospettiva di lavoro. Come possiamo rendere le nostre Università più attrattive e competitive?

Alcune grandi città europee come Londra e Berlino hanno fatto delle Università un grande business. La mobilità internazionale degli studenti peraltro risulta una sorta di ritorno alle origini del modello universitario che già nel medioevo inseriva gli studenti in circuiti internazionali. Le università italiane hanno uno svantaggio competitivo, dovuto anche al quadro normativo debole ed incerto, che ha portato riforme continue e tagli di finanziamenti.

La LUMSA ha un’attrattività internazionale molto elevata per gli standard italiani dovuta anche alla presenza di numerosi studenti stranieri appartenenti ad ordini religiosi; paradossalmente il saldo del progetto Erasmus risulta in passivo: sono molti di più gli studenti incoming rispetto a coloro che decidono di partire.

Siamo l’unica Università romana che ha un percorso completamente in inglese della laurea in Giurisprudenza e stiamo pensando di intervenire direttamente sulle lauree magistrali non solo con insegnamenti in inglese, ma internazionalizzando il progetto didattico.

L’Università per sua natura non è legata ad un territorio ma possiede una dimensione più ampia, oggi resa maggiormente possibile dalla facilità degli scambi e dalle lingue veicolari.

Non bisogna però dimenticare che il glocal esiste, le prospettive universali richiamano il radicamento. Per questo faremo degli investimenti sulla nostra sede di Palermo e anche sulla presenza in altre realtà italiane con le modalità rese possibili dalle nuove tecnologie.

Quanto influisce la partecipazione degli studenti al programma Erasmus per una prospettiva di lavoro futura? Non crede forse che per determinati corsi di laurea un’esperienza all’estero debba essere “obbligatoria” all’interno dell’ordinamento didattico?

L’esperienza Erasmus è molto importante, oggi è una condizione quasi necessaria da inserire nel curriculum. Personalmente sarei favorevole a renderla obbligatoria in quanto non solo è un incentivo al voto di laurea ma consente una crescita professionale e personale dello studente.

Io stesso ho conseguito il dottorato di ricerca a Parigi, in anni ormai lontanissimi, prima della caduta del muro di Berlino, esperienza che mi è sembrata del tutto naturale allora così come dovrebbe esserlo, a maggior ragione oggi.

Ho recentemente appreso che un nostro studente, laureando in Scienze della Comunicazione ha ricevuto una proposta di lavoro in Spagna (paese che ha un tasso di occupazione maggiore del nostro), dove aveva appena concluso un soggiorno Erasmus. Non bisogna quindi farsi condizionare dalle cifre, ognuno può avere delle chances nel mercato che si trova di fronte.

In qualità di membri dell’Osservatorio sulle relazioni tra Germania e Italia, prendiamo in considerazione il modello universitario tedesco che punta maggiormente su un tipo di formazione duale, coniugando teoria e pratica. Pensa possa funzionare un modello simile in Italia?

Il sistema universitario tedesco, al pari di quello giapponese o americano, si basa su criteri di selezione espliciti e trasparenti a cui l’Italia dovrebbe aspirare. Infatti il nostro modello opera una selezione fondata su meccanismi surrettizi, come quello amicale, sociale o corporativo che rientrano in una categoria di selezione implicita o per così dire “ di fatto”.

Di recente le università italiane hanno cercato di ricalcare alcuni sistemi americani, legati a un modello di business che vede l’università non solo come un ente operante nel campo dell’istruzione, ma anche come impresa, con risultati molto contraddittori.

Sarebbe quindi molto positivo se le università italiane adottassero il modello tedesco, non solo nel suo carattere duale, ma anche e prima di tutto a proposito del ruolo e del posto del sistema universitario nel sistema-Paese, superando uno stallo che dura ormai da troppi anni.

 

Un contributo di Giuliana Salvi e Eleonora Zaccaro dell’Osservatorio sulle relazioni tra Germania e Italia (OGI).

Share.

Leave A Reply